Abbiamo davvero bisogno di sapere chi ha sbagliato?

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Alla vigilia del GP del Brasile le speranze dei Tifosi erano molte. Reduce da una gara sofferta ad Austin la Rossa aveva tutte le carte in regola per fare bene ad Interlagos e, nonostante il ritorno del marchio “Mission Winnow” facesse riaffiorare brutti ricordi, nemmeno nelle peggiori previsioni si sarebbe pensato a un disastroso doppio zero. Non in questo modo.

Inevitabilmente, dopo un incidente così insensato, le discussioni sono diventate dei fiumi in piena e la tifoseria si è subito spaccata in due. Pagine su pagine, post, video, screen – e chi più ne ha più ne metta – hanno cercato di dimostrare di chi fosse la colpa dell’impatto.

La tensione fra i due compagni di squadra è ormai appurata, ognuno vuole prevalere sull’altro e ciascuno ha tutto da perdere, ma nonostante i supporter Ferrari abbiano discusso in lungo e in largo dell’accaduto è facile dimenticare che queste cose non sono una novità nella F1, e basta dare un rapido sguardo al passato per capire che non abbiamo davvero bisogno di sapere chi ha sbagliato.

Rosberg e Hamilton sono due ragazzi cresciuti insieme, ed hanno trascorso praticamente tutta la loro carriera ad affrontarsi. Verrebbe da pensare che in virtù della loro amicizia – e di un’ormai minuziosa conoscenza dei reciproci stili di guida, punti di forza e debolezze – questi due signori possano gareggiare ai massimi livelli senza commettere errori stupidi (come buttare all’aria la gara di entrambi).

Nonostante le rosee premesse, la realtà è spesso ben diversa da come ci si aspetta e l’esperienza ci insegna che, una volta arrivati al culmine del Motorsport, questa amicizia di lunga data non è bastata a fermare l’agonismo, la volontà di primeggiare che ti assale nella foga della competizione.

I vertici Mercedes riuscirono a gestire la situazione magistralmente, premiando i risultati e punendo gli errori con assoluta intransigenza, trovando un equilibrio che – per quanto precario fosse – riuscì a limitare al minimo incidenti come quello delle Ferrari nell’ultimo GP.

La schiettezza di Lauda nei colloqui con i piloti e l’imparzialità di Toto nelle conferenze stampa si sono rivelate un ottimo connubio, in grado di rimettere gli obiettivi del team sopra a quelli personali.
Se da un lato questo potrebbe sembrare un approccio vincente, allo stesso tempo va tenuto conto di un dato di fatto: non c’è stata stagione in cui i due piloti Mercedes non siano arrivati al contatto.

Gestire due galli nello stesso pollaio non è un affare semplice, e lo testimonia il fatto che Mercedes – appena se ne è presentata l’occasione – ha deciso di assumere Bottas, un pilota che finora si è dimostrato avere un temperamento fin troppo tranquillo, un Barrichello 2.0 in grado di ingoiare qualche rospo per “il bene del team” [o di Hamilton ndr].

Notoriamente la filosofia Ferrari non è mai stata incline all’assunzione di piloti giovani, né “inesperti”. Nel 2019, tuttavia, probabilmente spinto da un desiderio di rinnovamento dopo svariati anni di delusioni, il comando Ferrari ha scelto di rischiare. Leclerc, giovane talento con un solo anno di esperienza nella massima categoria, è stato messo al fianco di un pluricampione del mondo.
Quello che la scuderia di Maranello non si aspettava è la tenacia del monegasco, un ragazzetto tranquillo a primo impatto ma in grado di mostrare una grinta fuori dal comune.

Marchionne e Binotto hanno portato in Ferrari un Charles che Seb non voleva proprio, e come biasimarlo del resto; tutti e tre sapevano benissimo cosa sarebbe successo ma, nonostante le esperienze precedenti di Mercedes e Redbull, i tifosi paiono caduti dalle nubi e sentono il bisogno di puntare il dito verso l’uno o l’altro pilota.

Probabilmente Mercedes in questi anni ci ha abituato a standard talmente elevati da far sembrare le decisioni di team storici come Ferrari, o innovativi come RedBull, poco sensate se non quasi stupide.

Probabilmente dovremmo solo iniziare a fare meno gli allenatori da divano e più i tifosi.

 

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