Il divieto assoluto di vendita di auto a benzina e diesel dal 2026 sembrava scritto nella pietra. Invece, a poche settimane dalla fine di ottobre, arriva da Strasburgo un accordo politico che cambia radicalmente le coordinate del dibattito sui carburanti rinnovabili 2035: i tre principali gruppi del Parlamento europeo hanno trovato un’intesa per allentare gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO₂ per le nuove auto, aprendo una porta che molti davano per definitivamente chiusa.
Cosa prevede l’accordo raggiunto a Strasburgo
L’intesa, siglata tra il Partito Popolare Europeo, i Socialisti e Democratici e il gruppo Renew Europe, punta a modificare in modo sostanziale il target che l’Unione Europea si era data per il 2035. L’obiettivo originario era draconiano: una riduzione del 100% delle emissioni di CO₂ per le nuove auto vendute nell’Unione, il che equivaleva, nella pratica, a un divieto politico di commercializzare vetture con motore a combustione interna tradizionale a partire dal 1° gennaio 2035.
Con il nuovo accordo, quella soglia scenderebbe all’87,5%. Non è una variazione trascurabile: il 12,5% di margine residuo è sufficiente, almeno in linea teorica, a permettere la sopravvivenza di motori termici alimentati da combustibili non fossili. Ed è esattamente qui che entrano in scena i cosiddetti e-fuels — i carburanti sintetici rinnovabili — che il testo dell’accordo riconosce esplicitamente come alternativa percorribile.
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Il risultato pratico è che, sul piano politico, il divieto assoluto di vendita di nuove auto a benzina e diesel dal 2035 non esiste più. Non è stato eliminato formalmente in un solo colpo, ma svuotato dall’interno: abbassando la soglia e ammettendo i carburanti rinnovabili, l’accordo lascia spazio a soluzioni che non siano necessariamente l’elettrico puro.
Carburanti rinnovabili 2035: cosa sono e perché contano
Quando si parla di e-fuels o carburanti rinnovabili, si intendono combustibili sintetici prodotti a partire da idrogeno verde — ottenuto per elettrolisi con energia rinnovabile — e CO₂ catturata dall’atmosfera. In teoria, la combustione di questi carburanti è carbon neutral: la CO₂ rilasciata è la stessa che è stata precedentemente sottratta all’aria. In pratica, la catena produttiva è ancora costosa e la disponibilità su larga scala è limitata.
La questione non è nuova. Già nel 2023 la Germania aveva ottenuto dall’allora Commissione europea un’apertura agli e-fuels come deroga al regolamento sul 2035, ma quella finestra riguardava solo una nicchia specifica. L’accordo attuale va più lontano: non si tratta di una deroga marginale, ma di un riconoscimento strutturale all’interno del quadro normativo principale, con i carburanti rinnovabili 2035 che diventano un’opzione di sistema e non un’eccezione.
Per i costruttori automobilistici — specialmente quelli che hanno investito miliardi in piattaforme termiche ibride o che producono in mercati dove la rete di ricarica elettrica è ancora carente — questo cambiamento apre scenari strategici che fino a qualche settimana fa sembravano impraticabili. Non significa automaticamente un ritorno al motore a benzina tradizionale, ma riduce la pressione a convertire ogni singola linea produttiva all’elettrico entro una data fissa.
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Perché tre gruppi molto diversi hanno trovato un’intesa
L’accordo tra PPE, S&D e Renew Europe non è scontato: si tratta di forze politiche con visioni spesso divergenti sulla transizione energetica. Il fatto che abbiano convergito su questo punto racconta qualcosa di preciso sul clima politico attuale in Europa.
Da un lato, il Partito Popolare Europeo ha spinto da tempo per ammorbidire il target del 2035, sostenendo che un obiettivo al 100% fosse industrialmente insostenibile per molti costruttori europei, in particolare quelli di medie dimensioni. Dall’altro, S&D e Renew hanno accettato il compromesso senza rinunciare all’ambizione climatica complessiva — l’obiettivo rimane comunque all’87,5%, non viene azzerato — ottenendo in cambio il riconoscimento dei carburanti rinnovabili come strumento legittimo di decarbonizzazione.
È un equilibrio fragile, e l’accordo politico raggiunto a Strasburgo dovrà comunque percorrere l’iter legislativo formale prima di diventare norma vincolante. Ma il segnale politico è già chiarissimo: l’Europa del 2026 non è quella del 2022, e le certezze che sembravano acquisite sul futuro dell’auto termica vanno rilette con occhi nuovi.
Per chi segue il mercato automotive, il messaggio è che il panorama regolatorio rimane in evoluzione — e che il dibattito sui carburanti rinnovabili 2035 è tutt’altro che chiuso. Costruttori, consumatori e governi nazionali avranno ancora molto da dire prima che le regole definitive prendano forma. Nel frattempo, vale la pena seguire da vicino l’iter del testo a Bruxelles: è lì che si deciderà davvero cosa si potrà comprare — e guidare — tra meno di dieci anni.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








